UN GIOVE DALL'OCA – intervista a Lazzaro Beligni (1927-2008)

Lazzaro Beligni detto GIOVE è un figlio della Contrada, prima ancora che un fantino, eppure nell’Oca ha corso soltanto quattro volte delle quarantuno nelle quali ha calcato il tufo. Giunto alla soglia degli ottanta, può permettersi di guardare al Palio ed al mondo vociante che lo circonda con l’aria di chi la sa lunga. Quel mondo sempre pronto ad incoronare nuovi re e a dispensare certezze assolute che durano il breve spazio di un’estate. Ma anche questo è Palio.

Lazzaro Beligni sul divano di casa suaLazzaro, togliamoci subito il sassolino dalla scarpa, nel corso della tua carriera paliesca hai montato cavalli di tutto rispetto come Archetta, Sambrina, Tanaquilla, Ercole, Selvaggia e Panezio, ma non sei mai riuscito ad assaporare la gioia di un nerbo alzato.

<<Beh alcuni di questi cavalli erano alla fine, mentre per altri bisogna fare un discorso a parte. Nel Palio di luglio del ’72 per citarne uno, quando Panezio scese in Fontebranda, la monta ufficiale Aceto sentenziò che si trattava di una brenna e non lo voleva montare. Da parte mia feci di tutto per convincere il dottor Cinotti che il cavallo, preciso nelle curve e veloce, andava come un treno e si sarebbe potuto vincere, ma non ci fu verso di farmi intendere, Aceto aveva parlato. Anzi, bisognava che gli dessi una mano per aiutarlo a vincere nella TARTUCA su Mirabella. Così, a malincuore, mi misi a parare il Bazza, fantino della CHIOCCIOLA, che correva nella GIRAFFA e dovetti rinunciare a vincere>>


Oggi succede spesso che un fantino sbagli a pronunciarsi su un cavallo?

<<Oggi la maggior parte dei fantini non si pronuncia sinceramente sui cavalli nuovi così i Capitani non hanno mai la certezza sulle reali possibilità del cavallo ed il fantino resta padrone del gioco.>>


Raccontaci della volta che sei arrivato più vicino a vincere?

<<Successe quando montai Selvaggia nell’ONDA, il 2 luglio 1965. Dopo la prova generale - allora le prove si correvano senza risparmiarsi – che vinsi in maniera netta, si fecero vivi i Capitani di alcune Contrade per chiedermi cosa intendevo fare l’indomani. Gli risposi che avrei tirato a vincere. Il giorno dopo partii benissimo ritrovandomi in testa facilmente, poi al I Casato, nel voltarmi per vedere dov’erano gli altri, la cavalla si disunì ed io andai a sbatacchiare sui palchi, mi sarei sparato.>>


Invece vinse Aceto nell’Aquila?

<<Eh sì>> - sospira - << fu la sua prima vittoria. In quella stessa curva che giustiziò me, lui, quasi cadendo da cavallo riuscì a girare e andò a vincere.>>


E di Tanaquilla che montasti nel Palio straordinario del 1960 cosa puoi dirmi?
<<Tanaquilla era toccata in sorte all’AQUILA che aveva vinto il Palio l’anno precedente. Capitan Masoni riunì il Consiglio e disse senza mezzi termini che doveva “rientrare” di due palii, in altre parole non c’erano soldi. Mi fu ordinato di non vincere. Ma allora era un fatto normale perché soltanto tre o quattro Contrade potevano permettersi il lusso di farlo spesso. Per una Contrada piccola dovevano passare almeno una decina d’anni prima di riavere i soldi necessari>>.


Come è nato il soprannome Giove?
<<La prima volta corsi nel DRAGO, il 16 agosto del ’54, su una cavalla che allenavo personalmente chiamata Saturnia. Al principio era stato deciso che ci dovesse salire Bazza. Dopo la tratta il fantino, in compagnia del Capitano, venne dal sottoscritto per chiedermi un morso speciale, particolarmente morbido perché la cavalla era delicata di bocca, che solo io avevo. “Se volete il morso dovete prendere anche me” – avevo detto al Capitano “altrimenti niente morso”. Evidentemente fu preferito il morso a Bazza e vedendomi molto determinato, forse anche per rimanere in tema col nome della cavalla, mi paragonò subito al più potente degli dei. In quel Palio feci una buona partenza, ma mi vidi franare addosso Gaudenzia che poi vinse come tutti sappiamo. E come Giove fui anche vendicativo. Nel ’59, d’agosto, il BRUCO prese in sorte Salomè de Mores, la vincitrice di luglio e scelse di montare Mezz’etto. “Francesco” - gli dissi - “io non ho speranze, quanto mi dai per aiutarti a vincere”. Lui fece finta di niente. Io allora lì per lì lasciai correre, ma la sera prima del Palio ritornai sull’argomento e gli dissi molto chiaramente che, se non scuciva qualche soldo, lui sarebbe finito sui palchi. Continuò a far finta di nulla ed al I Casato lo mandai sui palchi. Poi dovetti passare tutta la notte nella stalla della CIVETTA.>>


Quel Palio fu vinto poi da Ciancone nell’OCA.
<<L’OCA nelle prove riuscì, grazie ai suoi dirigenti, a far squalificare il mio amico Vittorino che montava Uberta nella TORRE. Lui allora fece il mio nome e garantì per me con la capitana Maria Pace che mi venne a trovare e tirò fuori il libretto degli assegni dicendo: “Quanto devo scrivere?”. Nonostante non fossi ancora mai montato nell’Oca, si trattava di andare contro la mia Contrada e ringraziandola rifiutai l’offerta. Fu scelto Umberto Castiglionesi detto Biba e vinse l’Oca.>>

Lazzaro Beligni accanto ad una vecchia bandiera della Contrada.

Tu che sei stato grande amico di Vittorino e gli hai fatto spesso da spalla, che ricordo ne conservi?
<< Giorgio era un grande a cavallo, ma un debole nella vita. Esordì un anno prima di me e quello dopo aveva già vinto due palii. Fu una meteora, nei suoi primi otto anni vinse sette volte. Ma l’anno in cui la sua vita svoltò fu il ’61. Venne da me e mi propose di comprare alcuni fondi in piazza Indipendenza, dicendomi che aveva a disposizione una cifra intorno agli otto milioni di lire. Dopo sei mesi mi confessò che non gli era rimasto più nulla. Anzi per colpa dei debiti aveva dovuto impegnarsi anche cose personali come la camera da letto. Io non ci volevo credere, come aveva potuto dilapidare quella fortuna? Lui parlò di prestiti non restituiti, di affari andati male. Mi adoperai di ricomprargliela e di prestargli qualche soldo. Ma non era più lui ed il colpo di grazia lo ebbe nel ’64 quando si ruppe il braccio e smise di correre. Il vizio del bere poi prese definitivamente il sopravvento.>>


Si narra di un Palio nel quale guadagnasti più tu a perderlo che lui a vincerlo.

<< E’ proprio così, successe nel ’57 di luglio. Lui montava nella CHIOCCIOLA su Tanaquilla, io nella CIVETTA su Capriola. Capitan Rugani (TARTUCA) venne da me con arroganza e mi disse: “Anche se non li vali ti do un milione se mi guardi la CHIOCCIOLA”. Il caso volle che io fossi di rincorsa. Vittorino si avvicinò offrendomi trecentomila lire per non far partire la TARTUCA. Io allora gli chiesi:”Quanti hai da spendere?” Lui mi rispose:”Due milioni”. “Si fa a mezzo o nulla” – rilanciai “e non guardare il mossiere, guarda soltanto me”. Lui accettò, vinse e mi dette il milione, confessandomi che dopo aver pagato quello e quell’altro non gli erano rimaste più delle trecentomila lire che voleva offrire a me.>>


Secondo te, fra Vittorino e Ciancone chi era il più bravo?
<< Erano due grandi e lo hanno dimostrato, sapevano stare a cavallo come nessun altro e possedevano una grande tecnica, oggi il Bruschelli pur essendo il migliore è soltanto forza fisica e conoscenza dei cavalli. Beppe e Giorgio giocavano con le briglie disegnando geometrie perfette sull’anello, per certi aspetti il loro erede naturale è stato Aceto. Caratterialmente il Gentili era più birbone, se poteva nerbava e di brutto usando tutto il suo mestiere, Giorgio invece era un fulmine, sapeva cogliere a meraviglia il momento opportuno ed in corsa anche le cose più difficili gli venivano con una naturalezza straordinaria.>>

Ascolterei Lazzaro all’infinito. Non posso fare a meno di accostare questi spaccati palieschi a quelli che Fosco Doretto descriveva nel suo libro, con altrettanta passione. Questa Festa ti entra nell’anima e non ti lascia più, ogni Palio ha la sua sfumatura, le sue voci, la sua memoria ed esserne stato parte, Lazzaro, ti fa sentire un poco immortale.


Ah… dimenticavo, se tu potessi scegliere fra i seguenti cavalli: Berio, Brento, Barattieri. Chi vorresti nell’Oca per il prossimo Palio?
Nessuno di questi, io vorrei Zilata Usa.

- Intervista realizzata da Massimo Tinti ed Enrico Martelloni -

fotografia gentilmente offerta da Annamaria Beligni
Lazzaro col giubbetto dell'Oca - Palio del 2 luglio 1966

fotografia gentilmente offerta da Annamaria Beligni
Giorgio (Vittorino) e Lazzaro (Giove) amici inseparabili


ALGERO BANI - un capitano d’altri tempi (1928-2018)

Algero Bani, durante l'intervista.Abbiamo lasciato Siena alle nostre spalle e ci dirigiamo verso S. Rocco, le indicazioni avute dicono di svoltare in località Carpineto. Così io ed Enrico usciamo dalla strada principale e scendiamo per un piccolo pendio che conduce ad un breve tratto di pianura, seguito da un dolce saliscendi collinare. I poggi sono cosparsi di deliziose villette. In una di queste ci sta aspettando Algero Bani, il mitico capitano degli anni ’80. <<Un figlio del popolo della Contrada>> - come tiene a precisare lui stesso - a differenza dell’appartenenza al ceto nobile di molti dirigenti che, fino ad allora, avevano fatto la storia di Fontebranda. Ci accoglie benevolmente ed affettuosamente, come un nonno con i suoi nipoti, e dopo un buon bicchiere di single malt, che scalda un pò il freddo pomeriggio piovoso, ha inizio la nostra chiacchierata.
Inevitabilmente si finisce per parlare della difficile eredità ricevuta da Rodolfo Montigiani, neocapitano della Contrada, di ritrovarsi a correre nel 2006 con l’obbligo di vincere da subito.
Algero lo conosce bene perché, come molti ricorderanno, costituì con l'indimenticabile Fabrizio Falorni la coppia di mangini nelle sue due vittorie.
<<Foffo>> - ci dice << ha vinto due palii con me e tre con Fulvio, sa come muoversi e conosce perfettamente i meccanismi del difficile rapporto con i fantini>>. Ed aggiunge - <<Gli rinnovo i miei auguri e tutto l’affetto che nutro per lui>>.
E si passa a parlare dei suoi anni da capitano.
<<Nell'82 me la vidi brutta. Qualche mese prima del Palio, avevo acquistato a mezzo con un amico, il non più giovane, ma sempre valido Rimini che, guarda te gli scherzi del destino, a luglio andò a finire proprio nella stalla della TORRE. Lo montava Bastiano, che aveva vinto con lui l'anno precedente nell'AQUILA. Durante le prove sudavo freddo, ma avevo una piccola speranza in fondo al cuore perchè mi ero accorto che lo sforzavano troppo. Bastiano pestò sull'acceleratore per tutti i tre giorni e le caviglie del cavallo, già compromesse, non ressero. I dirigenti della Torre però dimostrarono nell'occasione un grande senso di responsabilità decidendo di non sacrificarlo sul tufo, ritirando così la Contrada dal Palio. Un bel gesto davvero.>> Rimini sarebbe poi diventato protettore onorario della nostra Contrada.   
<<Nell'84, quando ricevemmo in sorte Baiardo, fu grazie alla bravura di Andrea che riuscimmo a domarlo. Era un soggetto potentissimo, ma ostico come pochi se ne vedevano. Ne sa qualcosa il Bobo che aveva osato dargli un buffetto sul muso con una spazzola per fargli vedere chi era che comandava. L’animale non aveva reagito subito, si era fatto ombroso e dopo un po’, quando si pensava che gli fosse passata, dette a Bobo un tale morso sul petto che ci fece prendere un bello spavento. Ma Andrea sapeva come trattarlo tanto che nella stalla si prendeva la libertà di accomodarcisi tutto disteso, neanche fosse a letto. Come andò a finire quel Palio lo sappiamo tutti, dopo una partenza non perfetta, al I Casato Andrea passò Spillo sulla CIVETTA e non ci fu più storia. Ricordo che quando arrivai in Provenzano non mi era rimasto neppure un filo di fiato, le donne mi si buttavano addosso soffocandomi. Dentro la Basilica, riuscii a scorgere una porticina che dava su un'uscita secondaria e da lì mi ritrovai in una stradina dove non c’era anima viva e cominciai a riprendermi un po’. Subito dopo, un amico vedendomi passare mi disse: "Ma che fai tutto solo, hai vinto!!!". Gli risposi di starsene zitto e di lasciarmi fare che stavo bene così.>>
<<Dell’85, più che della vittoria mi piacerebbe parlare di un fatto particolare che ci accadde dopo una prova, mentre portavamo via Brandano da Piazza. Due schiere nutrite di torraioli ed ocaioli stavano fronteggiandosi in attesa della scintilla per arrivare al contatto. Noi dovevamo passare proprio da lì. Il Bobo e Luciano invece, consigliavano di allargare il giro e di passare dalla Costarella, ma io mi opposi e volli passarci lo stesso. Come per incanto, un’ala di torraioli si allargò creando un passaggio e noi ci inoltrammo. Ci guardavano in rispettoso silenzio e richiusero la schiera non appena ne fummo fuori. Il giorno dopo, sui giornali, si parlò soltanto della scazzottata e non di questo bel gesto da parte dei nostri avversari>>.
Algero, classe 1928, ha vissuto molti momenti particolari che i più giovani forse a malapena hanno sentito raccontare dai vecchi. Momenti di grande solidarietà, di unione, ma anche di spensieratezza. Il bagno che ha visto fare a popolo e dirigenti quest'anno nelle fredde fonti, in occasione della vittoria dell’avversaria, gli ha ricordato i suoi di bambino con la mamma che gli gridava dietro, e pur nella rabbia del momento gli è sembrato perfino bello vedere un popolo che si “liberava” al pari di un altro, seppure per il motivo opposto, del pesante fardello di 44 anni di attesa.
<<Nel ’61 il clima fu di gran lunga peggiore>> - continua Algero - <<ne seppe qualcosa il povero Ciancone. In vita mia, ripensando a lui, ho provato rimorso per non aver potuto impedire ciò che gli accadde. Subito dopo la corsa non pensavo che le cose prendessero quella piega e se devo essere sincero quando lo portammo giù in Fontebranda lì per lì volò soltanto qualche parola e qualche scapaccione. Poi la situazione sfuggì di mano, mentre lo avevamo fatto accomodare in uno stanzino accanto alla segreteria, in attesa che fuori sbollisse un po’ la rabbia della gente, qualcuno fece entrare a turno delle persone che diedero vita ad un pestaggio cattivo ed ingiusto. Fortunatamente, dopo parecchi giorni di ospedale Beppe si rimise. E dire che se tradimento c’era stato, non si era verificato in quella occasione, bensì due anni prima, per assurdo quando ci fece vincere. Per ben cinque volte, durante quella corsa Beppe aveva permesso alla Torre di andare in testa. Poi all'ultimo Casato, quando il Biba primo, andò a sbatacchiare contro i palchi, il Gentili non poté fare a meno di superarlo e andare a vincere>>.
La nostra chiacchierata volge ormai al termine, ma c'è spazio per un altro ricordo, forse il più commovente.
<<Nel ’48 avevo vent’anni, si veniva da periodi bui con la guerra passata da poco ed il trionfo della TORRE l'anno precedente. A luglio Salomè ci riportò alla vittoria, ma il bello per me doveva ancora venire. Dopo aver fatto tre giri, la cavallina scossa, ne volle fare un altro e giunta al Casato fu “chiappata” al volo dal mio babbo. Lui non era certo un cavallaio, anzi per dirla tutta i cavalli gli facevano anche un po’ di paura, ma riuscì ad afferrarla per le briglie e se la portò via fra lo stupore di tutti. Neanche da giovane si era mai sognato di andare a "prendere" il cavallo, ma che vuoi sapere cosa gli passasse per la testa in quel momento magico. Ricordo anche la voce preoccupata della mamma che gli diceva: "Ma dove hai la testa? Hai rischiato di farti male". Fu un giorno indimenticabile per il mio babbo, uno degli ultimi, perché neanche un anno dopo ci aveva già lasciato>>.

- Intervista realizzata da Massimo Tinti ed Enrico Martelloni -


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