Il Palio del 14 luglio 1644
 fatto correre dal Principe Mattias de' Medici - Governatore di Siena - in onore del fratello Ferdinando - Granduca di Toscana
ovvero
il primo trionfo di Fontebranda sul Campo, nel Palio alla tonda.

Martedì 12 luglio 1644, al calare della sera, la campanina dell’Oratorio di Santa Caterina risuona per tutte le strade della Contrada. Decine di persone abbandonano i propri affari quotidiani e si dirigono presso la chiesa. Gli ocaioli, da ormai quasi due secoli, hanno l’abitudine di radunarsi in quella che era stata la casa della Santa, passata al Comune dopo la sua morte, e poi acquisita dal popolo di Fontebranda che nel 1474 ne aveva fatto, prima fra tutte le Contrade, la propria sede ufficiale. Calzoni e farsetti si strusciano sulla porta, i cappelli di feltro a falde larghe tra le mani, i contradaioli con il capo scoperto, accaldato dai capelli lunghi fino alle spalle, pesticciano con gli stivali polverosi il pavimento dell’Oratorio, si guardano attorno, gli affreschi sgargianti sulle pareti, i cinque angeli del Sodoma proteggono l’altare illuminato dal calore delle candele, l’odore d’incenso impregna gli stalli di legno.

Il Governatore Girolamo Bani annuncia l’ordine del giorno: il Principe Mattias, Governatore di Siena, ha chiesto alle Contrade di correre un Palio alla tonda per allietare il compleanno del fratello, il Granduca di Toscana Ferdinando II. La carriera si terrà il 14 luglio, giorno di San Bonaventura e si correrà secondo la nuova usanza inaugurata pochi anni prima.

È la quarta volta, dal 1633, che gli Ocaioli sono radunati in assemblea per decidere se partecipare a un Palio delle Contrade, e già tre volte hanno votato no. Ci sono sempre altre spese da sostenere, i restauri per la chiesa, il corteo per le Bufalate. La prima volta, appunto, nel 1633, quando giunge un invito inatteso per una carriera con i cavalli in Piazza del Campo, è periodo di peste, che colpisce particolarmente Milano, ma anche gli altri Stati dell’Italia centro-settentrionale. Nel 1630 i Senesi sono costretti a sospendere le corse alla lunga che da oltre quattro secoli richiamano forestieri provenienti dalle più importanti casate italiane: gli Este, i Gonzaga, i Visconti, gli Sforza, i Borgia, i Medici (per citarne solo alcune). Essi si danno appuntamento a Siena ogni anno il 15 agosto, per la festa dell’Assunta. Qui portano i loro barberi migliori a sfidarsi sul tracciato che dalla chiesa del Santuccio di Porta Romana termina al sagrato del Duomo, alla cui colonna è appeso un drappo di sete preziose.
In quegli anni le misure per il contenimento dei contagi non consentono l’ingresso in città di animali che provengano da fuori. Si fa quindi avanti l’idea di una carriera in Piazza, ma con le Contrade, che dovranno procurarsi i cavalli tra quelli già presenti nel territorio, andando a richiederli a: osti, fornai, vetturini, stazioni di posta. Animali ben più pesanti rispetto alla velocissima razza nord-africana dei destrieri dalle nobili gualdrappe, ma molto meno macchinosi e impacciati delle bufale che continuano a correre nel Campo fino al 1650 stimolate alla gara da decine di “pungolatori”. Tre anni dopo il Principe Mattias, fuori Siena perché impegnato in Germania nella Guerra dei Trent’anni, da grande amante dei tornei e delle corse acconsente alla proposta della Balia per questa “variazione su tema” che vede le Contrade definitivamente protagoniste di una corsa di cavalli. Ma non tutte sembrano interessate a questo “nuovo gioco”, e l’Oca, “per essere la nostra Contrada occupata in altre spese per servizio della nostra Chiesa e per caricha di habiti”, rifiuta l’invito. Succederà nuovamente nel 1641 e nel 1643, senza specificarne i motivi nel dettaglio.

Il 12 luglio del 1644, quindi, gli uomini di Fontebranda all’ennesima richiesta del Principe Mattias probabilmente si guardano perplessi e magari anche un po’ scocciati. Il Governatore Bani sollecita caldamente l’assemblea a tenere in considerazione il desiderio del Serenissimo Principe di vedere in Campo anche la nostra Contrada, probabilmente sottolineando l’inopportunità di negarsi, per la quarta volta, ad una carriera che omaggia lo stesso Granduca di Toscana: “Il Ser.mo Sig. Principe Mattias precava la nos.a Contrada al volere correre a un pallio con Cavalli per la festa di S.Bonaventura festa dedicata al Ser.mo Granduca e cosi il d.o. Governatore preco tutti al volere convenire alla volonta del sud.o Sig. Prencipe e disse e’ dava licentia a tutti di dire sopra cio il suo pensiero.
Ma il popolo di Fontebranda, nuovamente, restituisce l’invito al Serenissimo mittente: diciassette voti favorevoli contro ventisette contrari. Il Governatore, nel disperato tentativo di far cambiare idea alla Contrada, propone, invano, una seconda votazione chiudendo infine l’assemblea: “[...] Si mando partito e non si vense che furno n˚ diciassette bianchi e n˚ vintisette neri, il nostro Governatore non li basto fece proposta di rimandare il partito per vedere se si fusse vento e cosi fu consilliato da messer Austino frabo che si dovesse rimandare il partito e cosi fu fatto che non si vense che ve ne fu n˚ diciotto bianchi e ventisei neri pero non potendo seguire quanto si desiderava si ringrazio Dio e la n.ra Madre S.Catterina e si dette licentia a tutti.”

Il Principe Mattias, alla notizia del rifiuto dell’Oca, fa subito pervenire alla dirigenza della Contrada, tramite i Deputati della Festa, i Signori Francesco Ballati e Cornelio Guiducci, l’ordine di iscriversi alla corsa. Che faccia lo stesso con le altre Contrade che scelgono di non partecipare alla carriera non lo sappiamo, e in assenza dell’elenco completo delle sette partecipanti (sappiamo solo di Onda, Lupa, Oca) possiamo soltanto avventurarci in due ipotesi: o le altre dirigenze non si curano affatto della volontà del Principe, rifiutando il primo invito e ignorando poi l’ordine successivo, oppure l’Oca, che è una delle Contrade più grosse e che particolarmente si distinguono nei cortei e nei giochi, e l’unica tra queste a non rispondere alla convocazione del Governatore di Siena, suscitando questa sua speciale e stizzita considerazione.

Così, il 13 luglio la campanina richiama il popolo ad una nuova adunanza. Non c’e niente da discutere stavolta, l’ordine di Don Mattias è perentorio, e i cinquantasette contradaioli presenti “tutti si rizorno in segnio di essere tutti contenti e di obidire al Comandamento”. Forse non proprio così contenti, gli Ocaioli devono eleggere il proprio Alfiere, che rappresenterà la Contrada nel corteo che precede la corsa, ma facente anche funzioni di Capitano. L’assemblea vota all’unanimità un certo Pietro Fattioni ceraiolo, affiancato dai provveditori (mangini): Domenico Livi e Agnolo Salvi.

La Tratta non esiste ancora (sarà introdotta dopo il 1675, a fasi alterne fino alla fine del Seicento, e definitivamente istituzionalizzata al passaggio del secolo), e la Contrada deve andare a cercarsi un cavallo. Per 60 lire, in Fontebranda, ne arriva uno del Signor Ottorino di Grosseto e sarà montato da un certo Destrampo, che ci costerà 42 lire. Di questo fantino si sa ben poco, mai nominato nei nostri verbali, lo stesso nome spunterà fuori da cronache successive e la sua figura rimarrà per sempre avvolta nel mistero.

Tutto questo deve avvenire però in una manciata di ore, il giorno seguente è già Palio e la Contrada, avvertita dal tamburo che batte la diana (sveglia militare), si prepara per andare in Piazza, mentre la pista viene sistemata per la corsa che si terrà nel tardo pomeriggio. I più giovani (probabilmente qualche decina se i numeri sono simili ai cortei dei Palii successivi: il verbale del 1648, ad esempio, ci parla di sessanta figuranti) si presentano in Santa Caterina per acconciarsi con le divise militaresche, spennacchi e spade, l’Alfiere, con una montura di seta leggera verde fregiata da una banda d’oro e calzette anch’esse verdi, impugna la grande bandiera con l’insegna dell’Oca, e tutti quanti, insieme ai rappresentanti della Contrada, ai suoi Nobili Protettori e al popolo, recitano le orazioni nella chiesa della Santa.

Dopodiché il gruppo dei monturati si dirige in Piazza del Campo preceduto dall’Alfiere mentre gli Ufficiali della Contrada si pongono sia alla testa e che alla coda del corteo. Tra il rullo dei tamburi e gli squilli dei trombetti, percorrendo probabilmente tutta la via che porta all’Arte della Lana (attuale Via delle Terme), per poi svoltare in San Pellegrino (Piazza Indipendenza), la comparsa risale fino alla Postierla e da lì scende verso il Casato. Le antiche e tortuose strade medievali alternano ormai vecchi palazzi trecenteschi e rinascimentali a nuove geometrie manieristiche e barocche che cominciano a costellare Siena con le loro ellissi, spirali, visioni "futuristiche” che, pur non stravolgendone oltremodo la planimetria, arricchiscono in modo definitivo l’impatto estetico di una vecchia capitale (oramai solo capoluogo di un territorio, un tempo Repubblica) che continua a celebrare sé stessa.

Le comparse delle sette Contrade partecipanti si ammassano qualche metro prima dell’ingresso nel Campo e attendono il sorteggio che determina l’ordine di sfilata, lo stesso dell’allineamento al canapo. L’Oca viene estratta per quarta, e così fa la sua entrata in pista richiamata dal Maestro di Campo. La Piazza è addobbata a festa, gli arazzi alle finestre, i palchi a due piani montati a ridosso dei palazzi la trasformano nel più grande teatro all’aperto mai visto (il gran teatro come si inizia a chiamarla nel Seicento). I Principi con i loro cortigiani si assiepano sul palco della Costarella, probabilmente insieme ai Deputati della Festa, e salutano una Piazza avvolta da una sempre viva corona di torri di pietra e mattoni che si conclude con la Torre del Mangia, privata ancora del suo campanone (al momento in fase di restauro, sarà risistemato nel 1666).

Ai lati del Palazzo Pubblico manca ancora il secondo piano, e sulla merlatura del corpo centrale non è presente il campaniletto di sinistra, mentre appeso ad una trifora si srotola un drappellone in damascato rosso o broccato verde che intreccia stoffe preziose su cui compaiono le insegne dei Granduchi di Toscana (e cosi che potrebbe apparire il “cencio” secondo le ricostruzioni dei Palii precedenti e successivi, probabilmente di dimensioni più ampie dei nostri, e vicini a quelli piuttosto spessi e ingombranti offerti per le corse alla lunga).

La grande bandiera con l’Oca bianca rende omaggio ai Nobili spettatori e viene più volte “girata” finché la comparsa, giunta a San Martino, non entra nella Piazza, dietro agli steccati, per poi attraversarla e mostrare, al centro della conchiglia, l’insegna della Contrada al pubblico festante. Rientra quindi sulla pista all’altezza di Fonte Gaia, concludendo la “passeggiata” proprio dov’è cominciata, nella bocca del Casato. Li si attende che l’ultima Contrada termini il corteo, cosicché, per ordine del Comandante della Festa, le comparse con i loro Alfieri vanno a prendere ciascuna il proprio posto sui palchi. Alcuni figuranti si dirigono invece all’interno degli steccati, posizionandosi sulle curve, in modo da poter controllare che nessuno si azzardi a danneggiare la corsa del proprio cavallo. L’interno della Piazza non è gremito, Siena ha poco più di quindicimila abitanti, che ne fanno certamente un centro urbano di ragguardevole dimensione per l’epoca, ma inadeguato a riempire uno spazio così vasto.

Le cronache dei contemporanei e le acqueforti di Bernardino Capitelli ci restituiscono comunque un’immagine abbastanza affollata e chiassosa, fatta di popolani ammassati sui fragilissimi e instabili recinti (non esistevano ancora i colonnini, introdotti solo nel 1808), aiutanti del Maestro di Campo a cavallo che tentano di mantenere l’ordine, armigeri anch’essi a cavallo a controllare che nessuno entri in pista (cosa fra l’altro molto frequente).

Le Contrade vengono invitate a uscire dal Casato per dirigersi alla mossa, collocata presumibilmente qualche metro più avanti rispetto a quella attuale (il regolamento del 1833 stabilirà la consegna dei nerbi ai fantini, prima che raggiungano il canape, al quattordicesimo colonnino partendo dal Casato, che corrisponde al punto in cui termina lo sbocco della Costarella in Piazza: tra il Seicento e gli inizi del Settecento lo spazio della mossa potrebbe trovarsi più o meno a quell’altezza, in uno slargo sufficiente ad ospitare anche tutte le diciassette Contrade, seppur non necessariamente allineate, come nel 1720; ma siamo in una fase “sperimentale”del Palio alla tonda, non esistono marchingegni ingombranti come il verrocchio, né colonnini su cui montare un bandierino, e può anche darsi che la mossa subisca spostamenti senza che nessuno senta il bisogno di codificarli).

La linea di arrivo, invece, è indicata all’altezza del vicolo di San Paolo, direttamente sotto il balcone a cui si affacciano i Giudici dell’Arrivo e gli ospiti più prestigiosi, come avviene per le carriere con le bufale (l’arrivo sarà poi spostato, nel corso del tempo, andando a coincidere con la mossa, ad eccezione dei Palii che vedono la presenza della Corte Granducale sul balcone del Casino dei Nobili). Un solo canape viene tirato tra lo steccato e il lato opposto della pista. Con le spalle “libere” i fantini possono muoversi avanti e indietro con maggiore facilita rispetto ad oggi, evitando così di partire quasi di colpo (quando due secoli dopo verrà introdotto il doppio canape, i Capitani si lamenteranno proprio della difficoltà di fare una buona partenza con uno scatto praticamente da fermi).

Destrampo e i suoi colleghi si spostano di continuo in cerca di una posizione migliore incitati dalle comparse, sgomitano, si lanciano occhiate di sfida e parole di scherno, una mano sulle redini, l’altra impugnando il sovatto (un frustino di strisce di cuoio attaccate ad una zampa di capriolo, abolito a favore del nerbo nel 1703). Non c’è una rincorsa da tenere d’occhio (che arriverà soltanto nel 1930), lo sguardo è semmai rivolto in alto a sinistra, verso il palco da cui il Serenissimo Don Mattias si affaccia entusiasta e soddisfatto. Allo sventolio di un fazzoletto bianco il canapo viene abbassato e uno squillo di tromba dà il segnale della partenza: l’Oca prende subito la testa del gruppo e così si mantiene per tutta la carriera riportando “il desiato palio con allegrezza e contento oltre all’abitanti di nostra Contrada et anco alla maggior parte de’ circostanti”.

In un’esplosione di giubilo popolare, il drappellone consegnato dai Deputati della Festa ai rappresentanti della Contrada si muove verso Malborghetto, sede della sua principale aggregata, l’Onda, per celebrare la vittoria seguito anche dai rappresentanti della Lupa. Li, nella Chiesa di San Salvatore, gli Ocaioli insieme agli alleati, intonano il Te Deum Laudamus. Dopodiché, accompagnati da trombe e tamburi, ritornano in Fontebranda per rendere omaggio a Santa Caterina dove un nuovo Te Deum viene cantato di fronte all’altare.

Il corteo prosegue fino alla cappella della Santa nella Basilica di San Domenico, e da lì riparte per il Palazzo del Governatore (l’odierna Prefettura): ormai è notte e i contradaioli festanti si muovono nelle strade buie intorno al Duomo con torce e fuochi per andare a ringraziare il Principe Mattias. La processione vittoriosa, dopo essere passata dalle abitazioni dei Deputati della Festa, torna in una Contrada ormai tutta illuminata per fare il giro del rione, sfilando sotto le case dei protettori, e si conclude nell’oratorio dove l’Alfiere consegna il drappellone al Governatore, in un tripudio di applausi che coinvolge tutto il popolo esultante.

Nulla sappiamo di eventuali ulteriori festeggiamenti per la vittoria appena riportata, ma è lecito pensare che non vi sia niente di particolarmente rilevante, sia perché le spese che conosciamo su questo Palio sono tutte riferite a fantino, cavallo, monture e attrezzature varie, sia perché forse, ancora, non è in uso organizzare celebrazioni più impegnative.


I verbali delle assemblee ed il resoconto del Palio (Libro Deliberazioni OCA)

La tradizione di effettuare un giro della vittoria per la città il giorno successivo, sarà inaugurata pochi anni dopo, nel 1656, quando la festa verrà a incardinarsi definitivamente nella data del 2 di luglio, al termine delle celebrazioni per la Visitazione della Madonna (di Provenzano), nella cui chiesa, sempre da quell’anno, la Contrada vittoriosa si recherà a intonare il Maria Mater Gratiae (che noi continuiamo ormai inesorabilmente a chiamare Te Deum) subito dopo la corsa.

Nel 1644 siamo forse ancora lontani dai fuochi artificiali e dalle macchine pirotecniche con cui si celebreranno le vittorie di fine secolo, quando il Palio alla tonda, istituzionalizzato nel decennio 1650-1659, potrà essere considerato la sintesi definitiva di tutte le passioni e le rivalità contradaiole che lentamente si vanno spostando dalla competizione nei grandi cortei allegorici che precedono le Bufalate allo scontro in Piazza per contendersi il “cencio” a suon di nerbate.

Hanno così da poco cominciato a germogliare i semi di una storia lunga e complessa, a volte contraddittoria, più spesso sorprendente: quella del Palio delle Contrade. Storia che l’Oca ha contribuito (e contribuisce ancora) a scrivere sia fuori dal Campo, con le sue illustri personalità ed il suo popolo sanguigno, che sul tufo, con le sue sessantotto vittorie cominciate, quasi per caso (o per forza), quel 14 luglio del 1644.

Si ringraziano:
Marco MORSELLI - autore dell'articolo per la gentile concessione
Enrico MARTELLONI per i bellissimi disegni.